Ana Bor, la scriba
Nel tempo oltre il tempo alla ricerca di indizi ...
- Terza Era Interstellare - Ana Bor, il Faro dello Scorpione
- L’alfabeto smarrito
- Ana sentì come un senso di pudore, entrando nella vita di Vanessa.
- Ana B1024X e la sfida dell’alfabeto ignoto
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- Era pronta. E fu così che la sua voce di GRANDE NARRATRICE prese a risuonare per tutto lo spazio vitale … e Il caso Vanessa fu l'inizio
Terza Era Interstellare - Ana Bor, il Faro dello Scorpione
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Melata | |||||
| Eleonora | Robertino |
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Vanessa | Robertino | |||
| Lila | La mamma di Livia | ||||||
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| Livia | |||||||
| Consuelo | Vanessa | Dirigente | |||||
| Evelina | Vanessa | ||||||
| La madre | Il padre |
L’alfabeto smarrito
"La IAB, la biblioteca globale, era al centro del suo lavoro, le parole al centro dei suoi interessi, ogni singola lettera, con il suo spessore grafico e fonico, al centro della sua vita, fissato nel suo corpo."
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Ana si scosse. Fu allora che, dentro una leggera e diffusa lattigine dai riflessi argentei dell’aurora, mentre il sole tornava a sorgere sul Faro dello Scorpione, o forse tra le sinuose volute della Torre di Babele, o forse tra le antiche mura delle torri costiere, o forse sulle rovine degli ziqqurat, o forse sulle specchiate pareti dei grattacieli più arditi, Ana si vide inscritta, lei, la scriba prodiga di storie, l’archeologa del tempo e dello spazio oltre il tempo e lo spazio, nelle torri disseminate nella rete intergalattica, e le vide con chiarezza, finalmente, tutte abbracciate a enormi alberi dalle chiome lussureggianti, e vide la Terra, la sua ritrovata terra madre, di nuovo disseminata di boschi e foreste, segni incisi in una storia di perenne rinascenza.
Ana Bor, la scriba, l’archeologa del tempo e dello spazio oltre il tempo e lo spazio, sentì compiuto il suo tempo, scosse lo stilo per riporlo e, intanto, ne fluirono parole e parole in un estremo gesto d’amore. Perché si chiese, questa dannazione di non comprendere il senso dei segni che si componevano come gocce da una fontana inestinguibile. Dove era la chiave perché quei segni prendessero senso dentro i circuiti della sua cam? Avrebbe cercato la soluzione, qualunque dovesse essere il percorso da compiere. Intanto un flusso di segni si visualizzò sul versante interno della sua fronte, ne sentiva perfettamente le emozioni, ma non li dominava …
La mia Terra, dove germogliano
semi di multiformi frutti e vegliano i boschi
sulle Orse impazzite d’amore e d’odio,
e vegliano le stelle sull’Umanità incerta del suo destino
nel groviglio di galassie e istanti dilatati
nel tempo dell’illusione e dell’utopia.
Ana frenò a fatica il flusso dell’inchiostro cosmico, preoccupata che le sue emozioni, benché emerse in quei segni incomprensibili, giungessero al Grande Narratore, colui che le aveva concesso di rimanere umana oltre il suo tempo. Ana ripose la memoria dell’ultimo conflitto che stava narrando nel più remoto poro della sua pelle. Cercava ogni volta di scoprire quanto spazio narrato potesse ancora contenere il suo corpo, e quanto ancora potesse accettare di soffrire per restare umana. Si fermò dentro il dolore e scavò nell’abisso del tempo.
La IAB, la biblioteca globale, era al centro del suo lavoro, le parole al centro dei suoi interessi, ogni singola lettera, con il suo spessore grafico e fonico, al centro della sua vita, fissato nel suo corpo. Forse, di più, era alla base del suo stesso sistema percettivo della realtà, motivo per cui la stessa parola “realtà”, ad esempio, come ogni altra parola che pensasse, pronunciasse o ascoltasse, tendeva a inglobarla in una tela grafica che, iniziata la sua tessitura dalla prima pronuncia di un fonema, si espandeva in un’immensa rete tridimensionale di trame e orditi, dentro cui ogni sua ulteriore pronuncia o scrittura aggiungeva un filo. La parola, ogni parola, dunque, aveva un peso e una leggerezza insieme: il peso della sua storia plurimillenaria, del suo ricucirsi addosso ogni volta a un popolo, a una lingua, a una civiltà, per darle cittadinanza nell’universo spazio-temporale dell’Umanità narrante, e oltre, e nello stesso tempo la leggerezza della sua reinvenzione, ogni volta. Dal grafema un’eco di qualcosa di perduto: il suono della parola, il suo significato.
Ogni volta con tutto il potere emozionale che ogni segno contiene e sprigiona. Che avventura straordinaria questa che un residuale esperimento chimico aveva innescato! Ora come svelare questo enigma era il suo compito.
In quella lattiginosa alba la IAB appariva nella sua natura di rete neurale che cingeva ogni spazio cosmico, flussi di segni grafici e fonici erano agli incroci delle Galassie madri. Qualunque scelta Ana Bor avesse compiuto in quell’istante, l’avrebbe vista approdare a un lembo di tempo. Fu presa da un brivido nell’apparire del suo corpo dalla nuvola generatrice che l’alba donava a tutti gli umani e a tutte le umane, ciascuno ai piedi dei grandi oggetti vitali, i papiri delle narrazioni. A lei era toccato il Faro dello Scorpione. Il Grande Narratore doveva conoscere di lei qualcosa che le sfuggiva, ma ci sarebbe arrivata, prima o poi, a scoprire perché a lei, proprio a lei, era toccato questo compito. Lei scriba, lui papiro, vivevano in simbiosi. Attese che l’alta costruzione si componesse in tutta la sua imponenza per scegliere - ecco il brivido, la dannazione della libertà di scelta -, se in quel giorno pallido della galassia dello Scorpione dovesse scegliere il versante del passato, del presente o del futuro, dell’istante o dei millenni, del cercare o dell’inventare, del ricevere o del donare …
E lì avrebbe avuto inizio il disvelamento del racconto. Era il momento cruciale della sua sopravvivenza di Umana, fallire, cioè approdare in uno spazio vuoto, sarebbe stato il segnale della sua fine di scriba. Il Grande Narratore era ingordo di storie ed era pronto a sostituire scriba con scriba.
Un segno più luminoso degli altri sembrò ammiccarle, come una stella nelle indimenticabili notti profonde vissute sulla Terra: Vanessa. Per istinto si lasciò attrarre dal pulsare di quel segno e vi si calò con tutta l’energia di cui ancora disponeva. Giocava così la sua carta di sopravvissuta.
Fu allora che le vide, come le meraviglie dell’arcaico mondo in cui nonostante il trascorrere de tempo sentiva di appartenere, mentre nella loro dimensione cangiante di Avatar e di Umane si giocavano la sfida del racconto. Un gioco, solo un gioco? Un arcaico metaverso ne proiettava le immagini e attraverso di esse si potevano intuire suoni, parole e conflitti, silenzi e grida, la IAB le conteneva nel suo infinito deposito memoriale.
Toccava a lei, ora, a lei, la scriba, l’archeologa del tempo e dello spazio oltre il tempo e lo spazio, ridare vita all’eco grafico di quella remota, infinitesimale traccia di vite vissute e disperse. Frammenti di emozioni, pensieri, immagini e idee, convinzioni e saperi. Sarebbe stata capace di recuperare quei reperti di un’età all’alba della digitalizzazione cosmica, sarebbe stata capace di restituire al passato e di consegnare al futuro quella vita pulsante di visioni, passioni, contraddizioni, che ora le apparivano ancora sconnesse? Sarebbe stata in grado di interpretarne i segni? Era il suo unico modo per rimanere Umana. Il Faro dello Scorpione iniziò a istoriarsi di segni luminosi, mentre Ana lanciava nell’atmosfera rarefatta dell’alba il segno e l’eco di una parola: Vanessa.
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Scavò nella rete neurale che andava formandosi. Doveva andare oltre le stratificazioni del tempo, superare gli strati che occultavano allo sguardo e all’ascolto le voci di tempi arcaici. Scavare, scavare e portare alla luce quei reperti di vita che sembravano avvolgersi come un bozzolo di materia luminescente e impenetrabile, inattaccabile finché una scriba non avesse trovato per abilità o per caso la parola chiave, che in quell’attimo destinato a lei, Ana Bor, la scriba, l’archeologa del tempo e dello spazio oltre il tempo e lo spazio, s’era manifestata nel nome di Vanessa. Dalle pareti della Torre, intanto, si formava una rete che andava stendendosi lungo la linea dell’orizzonte istoriata di un flusso di segni cui si accompagnava un’eco bassa, persistente, a tratti monotona, a tratti rapida e convulsa. Mentre assorta, quasi rapita, dalla materia scura che filtrava dalle sue dita per istoriare la Torre, Ana si pose in ascolto. Le voci sembravano perdersi prima di giungere alle sue potenzialità d’ascolto. “Devo cercare nei codici nascosti”, pensò Ana. Lo pensò e le si aprì dinanzi un portale d’accesso alla base della Torre. Ne fu stupita, forse anche spaventata per la nuova configurazione che la Torre aveva assunto, cedendo al suo comando benché ancora non formulato secondo i canoni imposti dal Grande Narratore. Penetrò nella Torre con l’energia dello sguardo dai riflessi cristallini e vi scoprì una sorta di lieve superficie simile a quella che doveva essere stato uno schermo, Ne aveva sentito parlare, ma forse perché non era mai andata così oltre il suo tempo, non ne aveva mai visto la delicata flessibile perfezione. Attivata la cam, vi penetrò con tutta la forza possibile, nel fondo come su un fondale marino di lieve sabbia dorata si composero segni scuri e tondeggianti. Lesse e trascrisse assorbendo nella sua pelle ogni segno che le appariva in una geometria perfetta di spazi bianchi e neri. Così dunque narravano in quel tempo ormai sepolto, dimenticato? Quale impresa le era dato di compiere riportando alla conoscenza futura una storia ignota? Aveva forse dimenticato d’essere Ana la scriba, destinata a restituire alla IAB i ruderi del tempo istoriati di segni, l’archeologa delle scritture, la speleologa dei pensieri affidati a strumenti che incidono, segni dispersi … ma bisogna interpretarli, non sarebbe stato sufficiente salvarli dal nulla … Li salvò, intanto nel corpo cavo del Faro.
Ana sentì come un senso di pudore, entrando nella vita di Vanessa.
Ana sentì come un senso di pudore, entrando nella vita di Vanessa. Era la prima volta che le capitava, che sentisse quella strana sensazione nell’entrare in una storia. Man mano che le parole si componevano sulla superficie del faro dello Scorpione, sentiva risuonare l’eco di quelle voci di donna, ora ansiose, ora affrettate, ora incerte, ora amichevoli, ora aspre, ora dolenti, ora semplicemente silenziose. La colpiva il desiderio di tutte di comprendere, di andare al fondo del dramma di Vanessa, di restituirle una serenità forse perduta per sempre.
Le venne una struggente nostalgia della Terra, del suo mondo perduto, che pur le restituiva frammenti della sua essenza umana. Nostalgia e rifiuto, insieme. Era lì la radice del dolore che sentiva dentro, capì quanto fosse stato difficile essere umana, eppure insieme capì quanto fosse essenziale per lei rimanere umana. A un tratto, mentre si specchiava nel destino di Vanessa, attraverso le parole delle scrittrici, lo vide affiorare in tutta la sua tragica quotidiana e perenne verità. A quel pensiero, le sfuggì un getto d’inchiostro cosmico che si riversò sul faro, creando un’immensa macchia nera. E poi, man mano che la macchia andava schiarendosi, ecco sovrapporsi alle parole delle scrittrici i suoi grafemi luminosi. Era anche lei, dunque, coinvolta in quella vicenda? Perché così profondo era il suo dolore? Perché dal suo interno sentiva levarsi un grido d’aiuto?
Il nome di Vanessa si moltiplicò in tante forme, invase come un lampo il faro nella sua superficie totale, benché fosse gigantesco e alto al punto che se non se ne intuiva che la sommità luminosa, e sempre più si ingrandiva, man mano che si riempiva di segni, per accoglierne altri, e poi altri, e altri ancora. Vanessa aveva richiamato le sue tante sorelle, d’ogni luogo e tempo. Donne, giovani, ragazze che avevano conosciuto il dolore e la solitudine danzavano insieme, narrando del loro destino in una litania sommessa e cupa. Ana ne fu travolta. Si scoprì parte di quel destino. Si chiese, se mai lei, la scriba, potesse riscrivere la sua storia insieme alle scrittrici che aveva incrociato in tempi e luoghi così lontani dal suo, ormai fuori dalla dimensione terrena.
Si sentì ferire dal desiderio di morte che emanava da Vanessa, si sentì guarire dall’amore che le scorreva intorno, che l’avrebbe salvata? O che forse l’aveva già salvata. Si immerse nella storia e cercò di coglierne i nessi e gli intrecci. Non sapeva in quale alba si sarebbe risvegliata, ora sarebbe rimasta insonne a svolgere la matassa della storia, a intesserla in quel comune gioco di orditi.
Il Grande Narratore la trovò così, in un’alba imprecisata della Galassia dello Scorpione. E per un istante le si fermò accanto. Lesse. Capì quanto avesse giustamente scommesso su quella fragile scriba.
Ana B1024X e la sfida dell’alfabeto ignoto
Dal Faro delle Scorpione continuava ad estendersi quel lieve ondeggiare di segni luminescenti.
Il Faro dell’Ariete rispondeva con i suoi segnali Klingon203 alle sollecitazioni del lieve tessuto che ad ogni aurora e ad ogni tramonto interstellare lanciava nel buio i suoi fievoli segnali. Si rimandava di Faro in Faro intanto la storia di Ana Bor, la scriba, Qualcosa era andato storto nell’impresa. Il racconto era ormai un fulgido esempio dell’abilità delle scribe di esplorare il tempo e ritrovarne i segni più remoti. Ma tra cercare, recuperare e interpretare ne passava di tempo tra gli interstizi dei mondi paralleli! Ana Bor aveva perso la sua scommessa ed era tornata da umana a impercettibile sequenza di segni 01000001 01101110 01100001 00100000 01000010 01101111 01110010 nel vortice dei neuroni interstellari, prima che riuscisse a restituire il senso di tutta la storia ritrovata. Ma un segno era ormai fisso nella memoria interstellare, sempre più disperatamente alla ricerca del suo senso originario. 01010110 01100001 01101110 01100101 01110011 01110011 01100001 - 56616e65737361 - ㈦ – Vanessa. Era questo, comunque, un punto fermo, ormai. Il Grande Narratore era tornato dal suo sito iperuranico a governare il multiverso spaziale. L’obiettivo, meglio la sfida, era ridare alle mute, gelide generazioni dei Rustes un nuovo patrimonio sensoriale, quando ormai erano andati dispersi da immemorabili tempi i segni di un’umanità parlate, che si scambiava emozioni, sensazioni, suoni, tocchi, fluidi odorosi. Tutti i mondi paralleli erano stati presi da una nostalgia sensoriale di cui ignoravano la radice e anche le conseguenze. Il Grande Narratore ne era l’interprete con la sua spasmodica ricerca di una scriba che rimettesse in gioco i sensi, oltre la vista, l’unica dannazione ancora attiva, una dannazione una vista cieca di ogni altra sensazione. Nulla poteva distogliere il Grande Narratore da questo obiettivo, perché il suo destino era comunque segnato. Sarebbe accaduto che dovesse cedere il suo potere. Anche che resistesse a questo era scritto, ma fino a quando? Tenere a bada i Rustes non era difficile. Bastava lasciarli nella loro frenetica rotante inconsapevolezza d’essere a un passo dalla fine. Le reti neurali, infatti, si stavano disseccando, ormai prive della linfa del FLATUS cosmico che desse nuove vele alle Galassie. Perché non collassasse tutto il RACCONTO, occorreva che si riprendesse a diffondersi il FLATUS, occorrevano, insomma, le parole dette dalle gole fertili degli umani estinti, le discussioni interminabili, le discordie verbali. Occorreva riportare le immagini al loro significato verbale. Era stato prescritto che fosse una scriba, e il Grande Narratore non trovò di meglio che una scriba profuga dal Faro dello Scorpione: Ana B1024X.
Di lì sarebbe ripartita Ana B1024X: da Vanessa. Una promessa: che sarebbe stata lei la Grande Narratrice. Forse le era sfuggito (o no) il ghigno del Grande Narratore? Ana B1024X sapeva perfettamente che la sfida poteva essere persa, tuttavia accettò. Si chiese se avrebbe mai potuto fare diversamente. C’era una tradizione da rispettare e a lei, da profuga al Faro dell’Ariete dal Faro dello Scorpione, nulla era sfuggito della storia di Ana Bor. Dalla sua storia, dal suo fallimento doveva iniziare. L’umana Ana Bor aveva agito sul testo impigliata nelle connessioni dei sensi, da umana nulla poteva intendere se non nella complessa rete delle sensazioni, trascinata dal gorgo grafico-fonino null’altro aveva potuto penetrare.
Ana B1024X era ormai lontana da quel tempo, di umano più nulla (o quasi) c’era nel suo contenitore intercellulare. Le sensazioni erano niente più che oggetti di studio e da lì aveva pensato di iniziare. Perché la parola Vanessa si era palesata con immediatezza nel tessuto velare che dal Faro aveva preso a srotolarsi per lo spazio interstellare? Qual era il potere di quel segno iniziale 01010110 che aveva preso la sua forma originaria V accompagnata da un’eco inspiegabile. Inspiegabile fino a quel momento, pensò Ana B1024X, determinata a portare a termine la sua missione.
All’alba, quando riprendeva energia dal corpo incorporeo del Grande Narratore, si lasciva penetrare fino al nodo cerebrale, forse lì giaceva il segreto del senso, del significato delle parole. Abile, lui, il Grande a simulare, ma in un ingranaggio del suo corpo doveva pur essere riposto il codice dell’alfabeto fonico, dentro il suo cranio di diamante doveva esserci quel riflesso capace di ricomporre la stele degli alfabeti.
Fu nell’istante in cui si concluse l’intimo approccio tra il Grande Narratore e Ana B1024X che le comparve, come un’ancòra indistinta linea di segni, la stele degli alfabeti. Sempre più chiara divenne la stele e le apparve la connessione tra i segni, benché ancora in parte ignoti.
Dissimulò il suo entusiasmo in un lamento di piacere. Il Grande Narratore ne fu felice. Ad ogni godimento del suo corpo incorporeo si confermava il suo dominio sul tutto.
Ana B1024X sfuggì lentamente all’abbraccio del grande Narratore. Si pose come suo rito mattiniero alla base del Faro, e di lì tutto cominciò a schiarirsi. Si avviò lungo il grande nastro delle narrazioni. Pensò a quello che sarebbe stato il suo primo atto da Grande Narratrice. Le covò nella sua testa cristallina come un segreto da non svelare ancora, ma pensato da sempre. Doveva essere certa che la stele degli alfabeti la confermasse nella sua scoperta.
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01001001 01101100 00100000 01101001 01101100 00100000 Grande Narratore 01101110 01100001 01110010 01110010 01100001 01110100 01101111 01110010 01100101 00100000 01100111 01101111 01110110 01100101 01110010 01101110 01100001 01110110 01100001 00100000 01101001 01101100 00100000 01110011 01101001 01101100 01100101 01101110 01111010 01101001 01101111
Era pronta. E fu così che la sua voce di GRANDE NARRATRICE prese a risuonare per tutto lo spazio vitale … e Il caso Vanessa fu l'inizio
Il nuovo racconto
S’alzò improvviso un vento fortissimo dal Grande Sole, Ana B1024X si sentì risucchiare in un vortice cupo di materia stellare. Fu un istante. Ana B2024Y le tese inutilmente il suo uncino, la perse in un balenio di segni. Rimase sullo sfondo cupo del Faro della Sibilla, il più estremo del mondi paralleli, un’eco che andava facendosi sempre più distinta rimbalzando dalla Stele degli Alfabeti fino al suo orecchio fullerìteo.
La stele si fissò al suo occhio cristallino e lì rimase come giunto al porto da sempre destinato. L’invase un potere senza limiti, vide il Grande Narratore sfilarsi dal suo corpo risucchiato dal vortice che aveva annullato Ana B1024X.
Ana B2024Y sentì un’energia potentissima impadronirsi di lei e spingere le parole fuori dalla sua bocca come un canto ora terso e melodiose ora terribile e cupo. Cosa ne avrebbe fatto di tutto quel potere? Si chiese incerta se gioirne o tremarne.
Ana B2024Y si fermò a riflettere, mentre la Stele degli Alfabeti coincideva ormai con il suo occhio cristallino. Sollevò il lembo dell'involucro traslucido che stava arrotolandosi velocemente lungo il corpo del Faro. Lo scosse ed esso, attratto da una forza cui nulla poteva contrapporre, cominciò a srotolarsi come un velo segnato di punti luminosi che andò man mano distendendosi secondo traiettorie ondulate e circolari insieme. Ana l'immaginò come un lungo nastro che andasse ad abbracciare tutti i Fari che mettevano in collegamento i mondi paralleli. Nel sottofondo di voci che fluivano da quella trama di parole tornava come un'eco costante un nome: Vanessa, e insieme tutto un universo d’altre parole che dicevano di un’umanità dialogante, di carne e sentimenti, la carne destinata a marcire riscattata dalla memoria delle parole dette, scritte, delle esperienze scambiate, dei messaggi lanciati al futuro ignoto, con una fede nella perenne durata del racconto, della forza del suo tessuto valoriale. In un tempo altro tutto quel calore umano, quel prendersi cura l’una dell’altra avrebbe prodotto un nuovo rinnovato universo di parole, di racconti, di valori.
Scendeva intanto il buio che avrebbe avvolto il Faro delle Sibille per la lunga notte interplanetaria. Nel cielo sempre più cupo i segni luminescenti del lungo nastro andavano facendosi più chiari e definiti.
Ana B2024Y si abbandonò al pulsare dei curiosi segni luminosi che le scorrevano tra le dita. Così riconobbe se stessa tra le magnifiche sette scrittrici riflesse in ogni segno, così si riconobbe tra le Vanesse il cui destino sembrava dovesse essere per sempre sommerso nell'oblio, mentre ora segnava il passaggio a una nuova era cosmica.
Il Grande Narratore, nel gioco del potere del racconto, potere senza il quale nulla avrebbe potuto esistere coscientemente, le aveva ceduto - perché così era scritto - il governo delle parole, affinché una nuova tessitura stellare si disponesse tra torre e torre a rinforzarne i legamenti aurorali. Era, dunque, il tempo delle Grandi Narratrici. A lei ora il compito di dare nuovamente senso all’arcaico strumento delle parole. Nessuna tecnologia era stata in grado di generare segni potenti come le parole, finché il silenzio aveva avvolto in un lungo sonno l’universo. Per troppo tempo la IAB aveva cercato i codici per interpretare il linguaggio e riprendere finalmente l’uso salvifico della parola.
Fu uno scavo profondo, doloroso, di un piacere che le ricordava quello fisico - davvero incredibile che ancora ricordasse quel dolore - di quando premeva con forza sulle sue ferite, perché ne sentisse più radicalmente l’esistenza, più a fondo, fino alla fonte. Impossibile descriverlo, non c’erano le parole giuste nel suo pur nuovo sconfinato vocabolario. Certo c’era qualcosa di masochistico nel provare piacere da quella pressione sulla sua pelle bionica che aveva ripreso la morbidezza della pelle umana. Scavò ancora più testardamente nel fondo del deposito memoriale che aveva accumulato chi prima di lei aveva avuto il ruolo di scriba, un deposito di storie che man mano riempivano gli spazi vuoti di materia, per diventare anch’esse materia cosmica, le Torri captavano dai Fari, ora tutti catalizzati dal Faro delle Sibille, ne tenevano salda la fitta rete in attesa che altre scribe ne ricostruissero i fili spezzati, frammentati, molto spesso così intrecciati in tempi altri e in spazi altri da apparire irrecuperabili nella loro linearità di fatti accaduti.
Spesso le Torri si accendevano d’una luce che toccava i picchi più audaci della gamma di colori possibili, e ciò accadeva quando una maglia della rete si collegava a un’altra e si scopriva un frammento più ampio e significativo della storia che appariva, in parte ricostruita, sulle sue pareti. Si levavano a tratti effluvi dimenticati, mentre al tocco ogni parola produceva una sensazione tattile diversa. Si levava allora un balenìo come di arcobaleni improvvisamente riflessi sulle Torri, che poi altro non era che il segno del rideterminarsi del sistema dopo ogni diffrazione dovuta all’incunearsi di una parole nel flusso delle narrazioni. La Stele degli Alfabeti era ormai un gigantesco obelisco intorno al quale ruotavano le tessiture delle narrazioni. Era quanto era accaduto alla Torre del Capricorno quando avevano cominciato a scorrere i flussi di parole intorno al nome di Vanessa. Il Grande Narratore allora aveva compreso la forza di Ana B2024Y e a lei aveva dovuto cedere la cura “della nuova storia". Il suo potere di nascondere la Stele degli Alfabeti e il valore polisensoriale del linguaggio sarebbe stato affidato ad una scriba. Il suo tempo era terminato, questa volta nulla più poteva.
A lei. Ana B2024Y, la scriba, era spettato dunque di riscrivere la storia partendo dallo sguardo di sette scrittrici, ciascuna china sul proprio foglio bianco a incidere i segni della loro visione del mondo. Un solo titolo “Il caso Vanessa”, sette donne, sette storie illuminate dalla luce della consapevolezza della loro identità di donne. Quanto tempo era trascorso da quando le ferite sulla sua pelle parlavano di una violenza impunita? Quando era iniziata l’era in cui aveva prevalso, sulla violenza del forte sul debole, del maschio sulla femmina, dell’umano sulla natura, del denaro sulla sapienza, la libertà d’essere se stesso o se stessa e comunque la “libertà d’essere” che rendeva ciascun vivente diverso e uguale nella Confederazione cosmica, e annullava, infine, la violenza del forte sul debole, del maschio sulla femmina, dell’umano sulla natura, del denaro sulla sapienza.
Il Faro delle Sibille fece largo alle parole che venivano da un così lontano tempo, da uno spazio di cui restavano ormai solo le parole narranti. Ana B2024Y, la scriba, l’archeologa delle storie scomparse, batté lo stilo sulle parete concava del Faro. Le sette storie si composero come un puzzle di pieni e vuoti. Alcuni fogli sfrangiati, altri dilavati, altri fitti di segni, altri perfettamente bianchi, ma il senso andava facendosi sempre più chiaro. Un cerchio di parole chiave legava il tutto, nonostante molto si fosse dispero del racconto nel deposito memoriale. Una definizione legava tutte le altre parole in un intreccio indissolubile: “romanzo collettivo”. Ana B2024Y aveva mai sentito prima quelle parole? Il “romanzo” aveva da tempo lasciato il posto al “documento”, la definizione di collettivo non aveva trovato spazio nella dimensione quantica, in cui dominava la singolarità. La sua curiosità crebbe. Ora che lei, la scriba, l’archeologa delle storie scomparse, aveva il compito di prendersi cura della nuova storia, che ne avrebbe fatto di quelle parole? Intanto le ripeteva a se stessa, e man mano scomparivano le cicatrici delle sue antiche ferite. Una nuova storia con una nuova visione stava per nascere, Ana B2024Y era pronta per il grande dono … prendersi cura della parola nella sua polisensorialità, restituirla, diffondere la potenza del linguaggio, dare nuoco FLATUS; nuova vita all’universo dei mondi paralleli …
Ora tutto le era chiaro. Ora poteva finalmente esercitare il potere del dono. Le giunsero le parole di Ana Bor con la dolcezza del miele che un tempo tanto aveva amato.
La mia Terra, dove germogliano
semi di multiformi frutti e vegliano i boschi
sulle Orse impazzite d’amore e d’odio,
e vegliano le stelle sull’Umanità incerta del suo destino
nel groviglio di galassie e istanti dilatati
nel tempo dell’illusione e dell’utopia.
Era pronta. E fu così che la sua voce di GRANDE NARRATRICE prese a risuonare per tutto lo spazio vitale …
Capitolo 1
Livia si guardò intorno. La piazza non c'era. Le sembrò strano, perché da che mondo è mondo gli autobus si fermano in una piazza, qualunque e comunque sia. C'era, invece, un budello di strada, senza né inizio né fine, un'infilata di case che racchiudevano l'autobus come in un lungo doppio nastro serpeggiante dai colori scialbi. Livia scese, ancora un po' imbambolata per quel semisonno che l'aveva accompagnata per la maggior parte del viaggio e ora pareva non volerla abbandonare. Prese le sue valigie dalle mani caldicce dell'autista e quel contatto la svegliò o quasi. Ma la piazza decisamente non c'era. C’era invece accanto a lei baluginante a tratti la sagoma di Eva. Entrambe facevano parte del club delle piazze mancanti, l’avevano scoperto durante gli studi universitari, quando entrambe viaggiatrici con qualche cicatrice amorosa, avevano cominciato a scambiarsi frammenti delle loro vite, ma soprattutto dei loro sogni. Galeotte le dispense del docente di Psicologia clinica, il prof, Delle Colline, pace all’anima sua.
- Oh, lei, di’a... l'è lei la maestra psi’olo’a?- una voce affannata le venne incontro …